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In cammino con Margherita




12/03/2018



Un giorno di primavera di alcuni anni fa camminavo per il viale di un giardino, tra una fila di pioppi e un campetto con un canestro, intorno al quale un gruppo di bambini giocava, godendosela un mondo. Ero con mia moglie e mia figlia piccolina, aveva appena tre anni.
C’era aria di festa e molta gente, alcuni camminavano su e giù indaffarati, con sul volto lo sguardo deciso di chi sa dove sta andando e cosa sta facendo.
Oltre i pioppi, sotto a dei gazebo, si vendevano cose o si faceva lavoro manuale, con svariati materiali, dal legno, alla carta, alla lana cardata.


Strano, mi dicevo, quasi non sembra una scuola, oppure sì, ma dovevo andare ai ricordi dell’infanzia, alla mia scuola elementare di quartiere, con quel grande giardino dove giocavamo a ricreazione e poi la maestra ci chiamava; me la ricordo un po’ sacerdotessa, un po’ artista, un po’ scienziata.
Stavamo camminando in quel viale per merito di mia moglie, mi aveva accennato alle scuole Waldorf e alla didattica steineriana, a me completamente sconosciute. 
Volevamo proteggere la fragile sensibilità di nostra figlia piccolina, una fiammella appena accesa che tenevamo fra le nostre mani. Pur non sapendo nulla di Steiner, quello mi pareva un luogo adatto, per ora riuscivo a pensare solo a questo.
Il vialetto ci portò a una dependance, opposta all’edificio centrale. Quando la vidi mi colpì subito perché aveva un non so ché di familiare. In quella dependance si trovava proprio la classe d’asilo che sarebbe diventata quella di mia figlia.
Ci entrammo e fummo accolti, prima ancora che dalla maestra, da un buon odore di cera d’api e di essenze naturali, come di oli essenziali.
Non ricordo le parole, ma soltanto una nuvola di sensazioni tattili, un’insieme di suoni, di odori, di materia toccata, come la stoffa dei tendaggi, la consistenza delle cerette colorate, il legno dei giochi e della seggiolina su cui ero seduto. E la voce quasi sussurrata della maestra. Fu come se la ruvidezza del mondo, la parte più cinica ed aggressiva, fosse rimasta fuori della porta.

Visitammo poi l’edificio principale, anche lì gente indaffarata che lavorava materiale con le mani, nei paraggi offerte culinarie. Restai affascinato dal teatro, con un vero palcoscenico e vere quinte, era quello il centro della scuola, il cardine su cui tutto intorno girava.
Uscimmo, poco dopo, forse un po’ confusi, l’impegno economico non sarebbe stato cosa banale per noi, implicava sacrifici. Un po’ di peso nel cuore, dunque, c’era.
Ma di sponda, mi raggiunse una sensazione, arrivò come qualcosa non a livello cosciente, mentre osservavo con la coda dell’occhio un angolo sul lato della scuola dove sorgeva un laboratorio. L’uscio era una vecchia porta a vetri, con l’intelaiatura di ferro colorata di un verde vivace. Quel laboratorio funzionò per me  come la madeleine di proustiana memoria.
A settembre ci chiamarono, c’era disponibile un posto, così noi e nostra figlia entrammo in quel mondo (o forse fu nostra figlia ad accompagnarci). Imparammo a conoscere tutta una serie di rituali che scandivano l’anno, dall’inizio alla fine, dall’autunno per l’inverno fino alla primavera e all’estate successiva.
Si cantava, si lavorava, si ascoltavano relatori che spiegavano la pedagogia steineriana e tanti altri temi legati al divenire dell’essere umano; come poter rimanere in equilibrio con il tutto, questo era il vero tema universale, ricercato in ogni argomento. Rimettere al centro l’essere umano, nell’epoca del prevalere della tecnica.
C’era un senso vago di comunità, ma confuso, d’altra parte ciascuno, me compreso, si portava dentro alla scuola il proprio vissuto, la tribolazione, gli affanni, il quotidiano confronto con la società civile e le sue dinamiche contraddittorie.
Ho cominciato a leggere i libri di Rudolf Steiner, classe 1861, austro-ungarico di Murakiraly, nato in un tempo in cui nella vecchia Europa si sarebbe concluso un ciclo di profonde trasformazioni.

Ma nessuna di queste letture è stata decisiva, come l’amicizia con un altro papà, il quale mi chiese di diventare falegname. Bisognava provare a ricostituire il gruppo dei papà legno, gente che fa pezzi di giocattoli. I bimbi poi li costruiscono con le mani e qualche semplice attrezzo.
Mi portò nel laboratorio, quello con la porta di ferro e vetri dipinta di verde. Il laboratorio era ed è la falegnameria.
La porta si aprì, con un cigolio a me conosciuto, ed entrando di nuovo gli odori furono la prima cosa che mi venne incontro: legni, colle, vernici, cere. Quegli odori risvegliarono il ricordo, mai sopito, di mio nonno Giacomo, o Nino, come tutti lo chiamavano, classe 1903.
Dietro la sua casa aveva costruito un laboratorio. Ci lavorava il ferro, il legno e altre materie, ci faceva di tutto, un po’ disordinatamente. Nel laboratorio c’era un grande banco da lavoro con le morse, gli scaffali con decine di attrezzi, spesso il pavimento aveva trucioli sparsi ovunque; c’era odore di legni, colle, vernici e cere.
Da bambino, nel laboratorio, osservavo il nonno lavorare, le sue mani formavano con gesti lenti, piegavano, univano, separavano, smussavano la materia, in un ordine a me sconosciuto, a lui soltanto noto, svelatogli dall’esperienza ottuagenaria.

Apriva barattoli dove conservava strane polveri e cristalli di odorose resine e come un alchimista, ci mescolava ora l’acqua ora intrugli più elaborati e faceva colori o stucchi o altre sostanze miracolose.
Lo marcavo a vista, il nonno, attraversando il grande giardino che divideva casa mia dalla sua casa d’alchimista, passando per una pergola d’uva fragola, che lui diceva avere più di cent’anni.
Un giardino pieno di piante e fiori, di alberi su cui mi arrampicavo con gli amici del quartiere e ci facevamo le capanne. Le voci, i volti, gli altri suoni e gli odori, sono diventati parte di me, e li ho ritrovati, tra il bancone con le morse e gli scaffali pieni di roba, nel laboratorio della scuola.
Insieme a quell’amico trovato,  ho preso in mano una pialla e ho cominciato a passarla sul pezzo di legno dal quale dovevo tirar fuori una forma, sssssunf, sssssunf, con gesti lenti delle mie mani, come avevo visto fare al nonno. Mentre compivo quei gesti, il senso dei libri di Steiner, mi si svelò. Sssssunf, sssssunf, li rileggevo con una consapevolezza diversa, si schiudevano le pagine, non del tutto, pian piano, pezzo per pezzo, tanti pezzi ancora non tornano. Ma per dischiuderli ci voleva una falegnameria, come quella del nonno Giacomo, un grande giardino, odori e suoni, l’eco di persone ormai andate.
In questi tempi oscuri, mi sento di dire che la nostra scuola può esser luce. A volte il fuoco arde vivo, a volte è più fioco, a volte resta solo una fiammella, ma l’importante è che rimanga accesa, anche tra due mani.
E’ responsabilità dell’intera comunità, dell’intero organismo sociale che fa la scuola.


Ma, credo, affinché tutto questo ci venga svelato bisogna trovare, con pazienza, senza bruciare le tappe, col sentire, il pensare e il volere,  il proprio segno nella mappa.
Per me è stata una falegnameria, con il bancone e le morse, dove riascoltare voci del mio vissuto.


Andrea Menegazzi
Scuola Steiner-Waldorf Oriago (VE)





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